Parte terza.

Capitolo 11

 

Vittorie e sconfitte 39 a.C. - 37 a.C.

 

Publio Ventidio, piceno, era originario di Asculum, grossa città murata lungo la Via Salaria che collegava Firmum Picenum a Roma. Seicento anni prima le genti dell’agro laziale avevano cominciato a estrarre il sale, prodotto raro e assai richiesto, nella pianura di Ostia. Ben presto il commercio del sale passò nelle mani dei mercanti di Roma, allora poco più di un paesello sul Tevere, a circa quindici miglia da Ostia nell’entroterra. Storici come Quinto Fabio Pittore affermavano categoricamente che era stato il traffico del sale a rendere Roma la città più importante e i suoi abitanti i più potenti d’Italia.

Comunque fosse, quando Ventidio nacque da ricca famiglia aristocratica ascolana, l’anno prima che Marco Livio Druso venisse assassinato, Asculum Picenum era diventata il centro del Picenum meridionale. Situata in una valle tra le colline digradanti al mare e le alte cime degli Appennini, ben protetta dalle scorrerie delle vicine tribù italiche dei Marrucini e dei Peligni grazie alle alte mura, Asculum era il cuore di un’area fertile, ricca di coltivazioni di meli, peri e mandorli. Era eccellente anche il suo miele, così come la marmellata prodotta con la frutta che non sarebbe arrivata ancora fresca al Foro Olitorio di Roma. Le donne della città tessevano belle stoffe, caratterizzate da una sfumatura d’azzurro particolare, ricavata da un fiore tipico della zona.

Asculum, però, divenne celebre suo malgrado per ragioni più cruente: vi ebbe luogo il primo eccidio della Guerra Sociale, per mano degli abitanti della città, stufi delle vessazioni a cui erano sottoposti da una minoranza di cittadini romani residenti ad Asculum. Fu così che durante una rappresentazione di una commedia di Plauto, gli ascolani massacrarono duecento romani e un pretore in visita alla città. Quando due legioni, agli ordini dello zio di Cesare, Sesto, arrivarono alle porte di Asculum per infliggere una punizione alla città, gli abitanti si rinchiusero dentro le mura. Le legioni li assediarono per due anni di fila, finché Sesto non morì di polmonite durante un inverno particolarmente rigido: il comando passò a Gneo Pompeo Strabone. Di origine picena, il condottiero strabico andava particolarmente fiero del nomignolo di Carnifex, guadagnato nelle precedenti campagne militari. La sua fama sarebbe però stata eclissata da quella di suo figlio, Pompeo Magno il quale, all’epoca diciassettenne, lo accompagnava ad Asculum insieme al suo amico Marco Tullio Cicerone. Pompeo Strabone non perse tempo nel dimostrare un’efferatezza pari alla sua fama. Ottenne la capitolazione della città assediata, escogitando un sistema per tagliarle l’approvvigionamento idrico, proveniente dalla falda acquifera del fiume Tronto. Pompeo Strabone non si accontentò della resa: intendeva impartire una severa lezione agli ascolani, rei di aver massacrato un pretore romano facendolo letteralmente a pezzi. Fece frustare e decapitare tutti i maschi della città di età compresa tra i quindici e i settant’anni, punizione logisticamente complicata, che richiese del tempo per essere portata a termine. Lasciati cinquemila corpi senza testa a marcire nel foro di Asculum, Pompeo Strabone spinse fuori città milletrecento tra vecchi, donne e bambini, abbandonandoli ai morsi di un gelido inverno, senza cibo e abiti per coprirsi. Fu dopo questo bagno di sangue che Cicerone, oltremodo disgustato, si trasferì al servizio di Silla, impegnato sul fronte meridionale.

Il piccolo Ventidio aveva quattro anni e gli fu risparmiata la sorte di sua madre, sua nonna, delle sue zie e delle sue sorelle, che morirono tutte tra le nevi degli Appennini.

Egli, infatti, fu nel novero dei bambini risparmiati da Pompeo Strabone per farli marciare durante il suo trionfo. Fu un corteo che scandalizzò gli uomini per bene di Roma: i trionfi dovevano celebrare le vittorie sui nemici esterni, non sugli Italici.

Macilento, affamato e coperto di lividi il piccolo Ventidio venne fatto avanzare a spintoni e colpi di pungolo per più di due miglia, dal Campo Marzio al Foro. Subito dopo venne espulso dall’Urbe e costretto a cavarsela con mezzi propri. Aveva adesso cinque anni.

Gli Italici, piceni o marsi, marrucini o frentani, sanniti o lucani, erano della stessa stirpe dei romani: resistenti e duri a morire. Rubando quando non riusciva a elemosinare qualcosa da mettere sotto i denti, Ventidio arrivò fino a Reate, in Sabina.

Lì trovò lavoro presso un mulattiere di nome Considio, che gli affidò il compito di pulire le stalle delle sue giumente di razza. Erano cavalle robuste, accuratamente selezionate, che venivano fatte accoppiare con gli asini per ottenere splendidi muli, forti e affidabili, venduti a prezzi altissimi alle legioni romane. Per il nerbo dell’esercito erano indispensabili: ogni legione ne utilizzava circa seicento. Reate era diventata il cuore dell’allevamento di muli grazie alla sua posizione al centro della Rosea Rura, una conca ricca di pascoli.

Verità o superstizione che fosse, tutti credevano che i muli allevati nella piana reatina fossero i migliori.

Ventidio era magro come un chiodo, forte, e lavorava come un forsennato.

Crescendo, scoprì ben presto che le donne della fattoria non erano insensibili ai suoi bei riccioli chiari e ai suoi occhi azzurri e luminosi: gli bastava guardarle con un misto di desiderio e ammirazione per ottenere un piatto di minestra in più e qualche coperta per riscaldarsi mentre dormiva sul suo giaciglio di fieno aromatico.

A vent’anni era diventato alto, robusto e muscoloso grazie a tutta quell’attività fisica; e dell’allevamento dei muli ne sapeva quanto i più esperti. Considio, cui era toccato in sorte un figlio scansafatiche, affidò a Ventidio la gestione dell’allevamento mentre il suo rampollo si trasferiva a Roma, dove sarebbe morto giovane a furia di bere, andare a donne e giocare ai dadi. A Considio restava un’altra figlia, la quale era da tempo invaghita di Publio Ventidio: quando finalmente trovò il coraggio di chiedere al padre se poteva sposare il giovane, Considio acconsentì. Alla sua morte i suoi cinquecento iugeri di terra nella Rosea Rura toccarono a Ventidio.

Intelligente, oltre che gran lavoratore, il giovane divenne un allevatore di muli di successo, superando alcuni sabini che si tramandavano quell’arte di padre in figlio da centinaia d’anni. Riuscì persino a superare indenne dieci anni di pessimi affari, seguiti alla deviazione delle acque del lago che alimentava l’erba della Rosea Rura per irrigare i campi di fragole di Amiternum. Il Senato e il popolo romano, per fortuna degli allevatori, avevano più a cuore i muli delle fragole: il canale d’irrigazione venne interrato, restituendo alla conca reatina la fertilità di un tempo.

Ventidio, però, non voleva passare la vita a badare alle stalle. Quando il banchiere di Gades, Lucio Cornelio Balbo, divenne praefectus fabrum di Cesare, responsabile dell’approvvigionamento delle legioni, Ventidio riuscì a ingraziarselo e per suo tramite a ottenere un’udienza presso Cesare. Al console il giovane confidò la sua ambizione più intima: entrare nell’arena politica romana, raggiungere la pretura e comandare un esercito.

«Come politico sarei mediocre» disse a Cesare. «Ma sono sicuro di poter essere un buon generale.» Cesare gli diede fiducia. Lasciato l’allevamento di muli al figlio maggiore e a Considia, Ventidio divenne legato di Cesare e alla morte del dittatore giurò fedeltà a Marco Antonio. E ora gli era toccato il grande incarico, la campagna che aveva sempre sognato.

«Pollione ha undici legioni, ma non gliene servono più di sette» gli aveva detto Antonio prima che partisse da Roma. «Io posso fornirtene undici e Pollione ti darà le quattro che gli avanzano. Con quindici legioni e tutti i cavalieri che riesci a radunare in Galazia dovresti riuscire a difenderti bene contro Labieno e Pacoro. Scegliti i legati che credi e ricordati i limiti della tua azione, Ventidio. Devi operare un’azione di contenimento contro i Parti, finché non riuscirò a scendere in campo di persona.

L’attacco definitivo lascialo a me.» «Allora, Antonio, con il tuo permesso porterò con me Quinto Poppedio Silone come capo dei miei legati» annunciò Ventidio, sorridente, cercando di nascondere la propria gioia. «È un uomo in gamba, ha ereditato le doti di condottiero del padre.» «Ottimo. Fai vela da Brundisium non appena le tempeste dell’equinozio si saranno placate. Non puoi percorrere la Via Egnazia, è troppo lenta. Vai fino a Efeso in barca e inizia la campagna cacciando Quinto Labieno dall’Anatolia. Se arrivi a Efeso entro maggio, avrai tutto il tempo necessario.» I brindisini abbassarono senza obiettare le possenti catene del porto per permettere a Ventidio e Silone di caricare sessantaseimila uomini, seimila muli, seicento carri e altrettanti pezzi d’artiglieria a bordo di cinquecento navi da carico, apparse come per magia all’ingresso dei moli da un punto imprecisato. Provenivano dalla riserva di Antonio, probabilmente.

«Gli uomini ci staranno stipati come sardine in un vasetto, ma non avranno molto da lamentarsi sulla navigazione a vela» disse Silone a Ventidio. «Possono remare. E riusciremo a farci stare tutto, persino l’artiglieria.» «Bene. Una volta doppiato capo Taenarum il peggio sarà passato.» Silone gli rivolse uno sguardo carico d’ansia. «E Sesto Pompeo, che ora controlla il Peloponneso e capo Taenarum?» «Antonio mi ha garantito che Pompeo non cercherà di fermarci.» «Ho saputo che è di nuovo assai impegnato nel Mar Tirreno.» «Non m’importa cosa fa nel Tirreno, basta che non intervenga nello Ionio.» «Dove ha preso tante navi da trasporto Antonio? Sono più di quelle che Pompeo Magno o Cesare sono mai riusciti a rimediare.» «Le ha conservate dopo Filippi e se le è tenute, trascinandole in secca lungo la costa adriatica, in Macedonia e in Epiro. Molte erano conservate sulle spiagge intorno alla baia di Ambracia, dove Antonio ha anche un centinaio di navi da guerra. Ne ha più lui di Sesto a dire il vero. Purtroppo stanno per giungere al termine della loro vita marinara, per quanto siano state conservate con cura nei capanni. Ha una flotta imponente a Taso e un’altra ad Atene. Finge che quest’ultima sia l’unica, ma ora anche tu sai che non è così. Mi fido di te, Silone. Non tradirmi.» «La mia bocca è cucita, te lo giuro. Ma perché Antonio le conserva? Cos’è tutta questa segretezza?» Ventidio lo guardò, sorpreso. «Per il giorno in cui muoverà guerra a Ottaviano.» «Prego che quel giorno non giunga mai» rispose Silone, rabbrividendo. «Tanta segretezza significa che non ha intenzione di sconfiggere Sesto.» Proseguì, con aria confusa e adirata: «Quando mio padre era a capo dei Marsi prima, e di tutti gli Italici poi, nella guerra contro Roma, le navi da guerra e da trasporto appartenevano allo Stato, non ai singoli comandanti. Ora che l’Italia e Roma sono sullo stesso piano, con pari diritti, lo stato resta in disparte mentre i suoi generali occupano la scena. C’è qualcosa che non va, quando uomini come Antonio considerano i beni dello stato come proprietà privata. Io sono fedele ad Antonio e continuerò a esserlo, ma non posso approvare una condotta simile».

«Nemmeno io» rispose Ventidio, brusco.

«Saranno gli innocenti a soffrire, se si arriva alla guerra civile.» Ventidio ripensò alla propria infanzia e fece una smorfia. «Forse gli dèi sono più propensi a proteggere chi è abbastanza ricco da offrir loro i sacrifici migliori. Cosa sono una colomba o un pollo, a confronto di un toro di candida purezza? Inoltre, è sempre meglio essere romani purosangue, Silone. Lo sappiamo bene entrambi.» Silone, bell’uomo con gli stessi occhi inquietanti del padre, tra il verde e il giallo, annuì. «Con i Marsi tra le tue legioni, Ventidio, vinceremo in Oriente. Azione di contenimento? È questo che desideri?» «No» rispose Ventidio con fare sprezzante. «È la miglior occasione che poteva capitarmi, una campagna degna di questo nome, perciò intendo spingermi il più avanti possibile, e in fretta. Se Antonio vuole la gloria dovrebbe stare qui al mio posto, invece di tenere un occhio puntato su Ottaviano e l’altro su Sesto. Pensa che noialtri, da Pollione a me, non ce lo immaginiamo?» «Credi davvero che possiamo battere i Parti?» «Possiamo provarci, Silone. Ho visto Antonio al comando e di certo non è meglio di me, anzi. Di sicuro non è Cesare!» La nave oltrepassò la catena del porto calata sott’acqua, e s’inclinò sotto il vento di nord est. «Adoro il mare. Addio, Brundisium, addio, Italia!» gridò Ventidio.

A Efeso le quindici legioni si insediarono nei campi immensi intorno al porto della città, una delle più belle del mondo. Tra le case dalle facciate di marmo, spiccavano il teatro enorme e decine di templi magnifici racchiusi da un recinto, dedicati ad Artemide in veste di dea della fertilità, motivo per cui le sue statue la raffiguravano cinta dalla testa ai fianchi di testicoli di toro.

Mentre Silone passava in rassegna le quindici legioni, assicurandosi con occhio severo che addestramento ed esercizi venissero eseguiti nel modo corretto, Ventidio trovò un sedile naturale di roccia dove accomodarsi per riflettere in santa pace. Aveva notato un distaccamento di cinquecento frombolieri inviati da Polemone, figlio di Zenone, che tentava di governare il Ponto senza esserne stato ancora ufficialmente investito da Antonio.

Quando si era fermato a guardarli esercitarsi, Ventidio. era rimasto affascinato dai frombolieri. Era incredibile la distanza a cui riuscivano a lanciare una pietra quegli uomini armati solo di una sacchetta di pelle sottile, legata a un filo elastico anch’esso di pelle! E la pietra scagliata filava a una velocità stupefacente. Sarebbe bastato a scacciare un arciere partico a cavallo dal campo di battaglia? Ecco il punto.

Fin dal primo giorno in cui aveva architettato la campagna, Ventidio non intendeva accontentarsi di nient’altro che di un trionfo. E a preoccuparlo sopra ogni cosa erano i leggendari arcieri a cavallo che i Parti erano in grado di schierare: truppe che fingevano di fuggire dal teatro della battaglia e al tempo stesso scagliavano frecce girati all’indietro. Logica voleva, aveva considerato Ventidio, che il grosso dell’esercito dei Parti fosse composto da questi arcieri, che non si avvicinavano mai alla fanteria nemica al punto da rischiare di essere abbattuti. Però, forse, i suoi frombolieri… Nessuno gli aveva riferito che Pacoro aveva fondato i suoi successi sui catafratti, cavalieri ricoperti dalla testa ai piedi di una cotta di maglia, montati su cavalcature imponenti, anch’esse protette da un’armatura fino al ginocchio. Pacoro non aveva cavalieri armati d’arco. L’incredibile carenza d’informazioni sul nemico si doveva a Marco Antonio, che non aveva chiesto di indagare sulle forze partiche. Nessun altro romano se n’era preso la briga e, come Ventidio, tutti i generali di Antonio si erano limitati a supporre che l’esercito partico puntasse sulla cavalleria leggera, anziché su quella pesante. Le truppe dei Parti erano sempre state composte così: perché queste dovevano fare eccezione?

Ventidio, perciò, si mise a considerare il ruolo da affidare ai frombolieri, per contrastare la cavalleria armata d’arco, che ormai tra l’altro aveva un approvvigionamento continuo di frecce anche nelle battaglie più lunghe.

Eppure, si chiese Ventidio, se fosse riuscito a radunare tutti i frombolieri che l’Oriente poteva offrire, addestrandoli a colpire i cavalieri in corsa? Certo, non poteva trasformare i legionari in lanciatori di pietre: era impossibile convincerli a preferire la fionda al gladio, a rinunciare alla lorica, alla frusta, alle decapitazioni.

Del resto, le pietre non erano proiettili soddisfacenti. Innanzitutto, i frombolieri non potevano scagliare sassi qualsiasi: impiegavano parecchio tempo prezioso, lungo il greto dei fiumi, alla ricerca dei ciottoli adatti, lisci, rotondi e del peso di circa mezzo chilo. A meno che il sasso non colpisse una parte delicata del corpo, il cranio soprattutto, provocava lividi dolorosissimi, ma nessun danno permanente. I guerrieri nemici feriti sarebbero stati costretti a ritirarsi, ma sarebbero guariti in tempo per tornare in battaglia dopo pochi giorni. Era questo il problema delle pietre. e delle frecce: erano armi pulite, in grado di uccidere assai di rado. La spada era un’arma «sporca», insudiciata del sangue di ogni corpo che aveva colpito. I veterani delle legioni pulivano con un panno, senza lavarlo mai, il proprio gladio la cui lama era mantenuta affilata tanto da spaccare un capello; quando penetrava nella carne infliggeva ferite che spesso si infettavano, provocando anche la morte.

Non si poteva fare lo stesso con i sassi delle fionde, si disse Publio Ventidio, ma li si poteva rendere più letali. Dall’esperienza accumulata in materia d’artiglieria da campo, sapeva che i massi più grossi provocavano i danni maggiori non tanto per le dimensioni, ma per il fatto che tendevano a rompere ciò che colpivano, mandando in giro mille schegge. Una catapulta o una balestra davvero efficiente spediva proiettili a velocità molto maggiore di una che aveva le corde umide o non abbastanza tese. Il piombo, si disse. Occupava un volume molto minore della pietra, anche della più dura, perciò avrebbe impartito maggior velocità alla fionda, permettendole di roteare più rapidamente, e di scagliare il proiettile più lontano di qualsiasi sasso. Al momento dell’impatto il piombo si sarebbe deformato, appiattendosi o addirittura appuntendosi come una spina. I proiettili di questo tipo non erano ignoti, ma venivano usati dall’artiglieria leggera che li scagliava al di là delle mura di cinta delle città assediate, come a Perusia: un lancio alla cieca di dubbia efficacia. Una palla di piombo scagliata da un abile fromboliere contro un bersaglio singolo posto a sessanta metri, per esempio, poteva rivelarsi assai utile.

Ventidio incaricò gli artificieri della legione di preparare una piccola quantità di palle di piombo da mezzo chilo, avvisandoli che nel caso l’idea avesse funzionato ne avrebbero dovute produrre a migliaia. Il capo artigliere replicò con aria furba che per ottenere migliaia di palle di piombo da mezzo chilo sarebbe stato meglio rivolgersi a un fornitore privato.

«Un fornitore ci imbroglierebbe» rispose Ventidio, con volto impassibile.

«No, generale, se io distaccassi cinque o sei legionari addetti alla pesatura di ogni palla, che ne controllino anche eventuali imperfezioni.» Si accordarono per questa soluzione: il capo artificiere avrebbe dovuto procurare anche il piombo, assicurandosi che non fosse adulterato con metalli più vili come il ferro. Ventidio portò un sacco di palle di piombo al campo d’addestramento dei frombolieri, ridacchiando tra sé e sé. Anche un ufficiale di grado superiore non la poteva avere vinta con un legionario scaltro e pieno di risorse, per quanto ci si provasse. Erano soldati cresciuti com’era cresciuto lui, alla giornata, e non avevano paura neanche di un cane a tre teste.

Zenone, capo dei frombolieri, era già alla sua postazione.

«Prova queste» disse Ventidio, porgendogli le palle.

Zenone infilò il piccolo proiettile nella cavità della fionda e la fece roteare fino a trarne un sibilo. Con un abile scatto del polso, scagliò la palla di piombo in aria: accompagnata da un ronzio, terminò alla cintola di un fantoccio imbottito. I due si avvicinarono per verificare l’effetto; Zenone esalò un gemito, troppo stupito per mettersi a urlare.

«Guarda, generale!» gli disse quand’ebbe ritrovato il fiato.

«Ho visto.» Il proiettile aveva aperto un foro nella pelle morbida, un’apertura irregolare e sfrangiata, e ora era al suolo in mezzo a un mucchio di terra e ghiaia.

«Il problema di questi fantocci» disse Ventidio, «è che non hanno lo scheletro.

Temo che queste palle sortirebbero un effetto diverso se colpissero qualcosa dotato di ossa. Perciò proveremo quest’arma su un mulo azzoppato.» Una volta trovato l’animale adatto, intorno all’area della prova si radunarono cinquecento frombolieri, stringendosi il più possibile per vedere da vicino. Si era diffusa la voce che il comandante romano avesse inventato un nuovo tipo di proiettile.

«Voltatelo con il deretano verso il fromboliere» ordinò Ventidio. «Useremo questi proiettili contro cavalli in fuga delle dimensioni di questo mulo, all’incirca. Abbattuto il cavallo, avremo abbattuto anche un arciere. I Parti possono riuscire a rifornire le proprie truppe di frecce, ma di cavalli forse no. Dubito ne abbiano molti di riserva.» Il mulo, dopo il colpo, rimase così mutilato che gli risparmiarono altre sofferenze all’istante: aveva la pelle squarciata e le interiora più superficiali maciullate. Quando lo estrassero dalla carcassa, il proiettile non era più una palla, ma una sorta di disco schiacciato dai contorni irregolari, a causa dell’impatto con le ossa.

«Frombolieri!» gridò Ventidio. «Avete una nuova arma!» Da ogni parte si levarono grida di giubilo.

Poi proseguì, rivolto a Zenone: «Fa’ sapere a Polemone che necessito di altri millecinquecento frombolieri e di mille talenti di piombo avanzato dalle sue miniere d’argento. Il Ponto è appena diventato un alleato strategico».

Le cose non erano certo così semplici: alcuni frombolieri avevano difficoltà a lanciare i proiettili più piccoli, mentre i più conservatori rifiutavano di ammettere il miglioramento. Pian piano, però, persino quelli dalla mentalità più ristretta divennero provetti lanciatori di proiettili di piombo, e riconobbero le potenzialità della nuova arma. Furono introdotte modifiche alla sacca della fionda, visto che l’uso dimostrò che il piombo consumava più rapidamente la pelle dell’arma rispetto alle pietre.

Proprio quando i frombolieri cominciavano a essere soddisfatti della nuova arma, giunsero da Amaseia e Sinope millecinquecento rinforzi, mentre se ne attendevano altri da Amiso, più distante. Polemone, che non era uno sciocco, contava che la sua generosità e la celerità nell’invio delle truppe gli sarebbero state ripagate con gli interessi in seguito.

Ventidio non rimase con le mani in mano durante l’addestramento dei soldati. Non era del tutto contento. Il nuovo governatore della provincia asiatica, Lucio Munazio Planco, si era insediato a Pergamo, molto a nord dell’area delle incursioni di Labieno, che dominava la Licia e la Caria. Un pergamita al soldo di Labieno, però, aveva convinto Planco che Efeso era caduta e Pergamo sarebbe stata il prossimo obiettivo dei Parti. Confuso, poco coraggioso e facile a prestare orecchio ai cattivi consiglieri, Planco aveva fatto i bagagli in quattro e quattr’otto ed era fuggito sull’isola di Chio, mandando a dire ad Antonio, che era ancora a Roma, che nulla poteva ormai fermare Labieno.

«E tutto ciò» scrisse Ventidio ad Antonio, «proprio mentre io stavo sbarcando quindici legioni a Efeso! Quell’uomo è uno stolto e un codardo, e non bisogna assegnargli alcun soldato. Non mi sono curato di contattarlo, ritenendo la cosa una mera perdita di tempo.»

«Ben fatto, Ventidio» recitava la lettera di risposta di Antonio, giunta proprio mentre Ventidio stava per mettersi in marcia con le sue truppe. «Ammetto di aver assegnato il governatorato a Planco per levarmelo dai piedi… un po’ come ho fatto con Enobarbo in Bitinia, tranne che per il fatto che costui codardo non è. Lascia pure che Planco resti a Chio, lì il vino è superbo.»

Quando Ventidio gli mostrò la lettera, Silone si mise a ridacchiare. «Ottimo, Ventidio. Solo che in tal modo la provincia asiatica resta priva di governatore.» «Ci ho pensato» rispose Ventidio compiaciuto. «Visto che Pitodoro di Tralle ora è cognato di Antonio, l’ho fatto convocare a Efeso. Può esigere i tributi e le tasse in nome di suo suocero e inviarli al Tesoro di Roma.» «Ah!» esclamò Silone, strabuzzando gli occhi. «Dubito che questo sarà gradito ad Antonio. Aveva ordinato di consegnare i tributi direttamente a lui.» «Tale ordine non è stato dato a me, Silone. Sono fedele a Marco Antonio, ma ancor di più a Roma. Tributi e tasse riscossi in suo nome devono andare al Tesoro di stato.

Lo stesso vale per il bottino che dovessimo ricavare. Se Antonio vuole lagnarsi, faccia pure… ma solo dopo che avremo battuto i Parti.» Ventidio era su di giri perché i nobili Galati, privi di un condottiero, erano giunti a Efeso con tutti i cavalieri che erano riusciti a radunare, desiderosi di mostrare a quello sconosciuto generale romano cosa erano in grado di fare dei buoni combattenti in groppa al loro destriero. Erano diecimila, troppo giovani per aver combattuto a Filippi, e ansiosi di preservare le proprie pianure verdeggianti dalle grinfie di Quinto Labieno, vicino divenuto troppo scomodo.

«Io cavalcherò con loro, ma non voglio essere avventato» disse Ventidio a Silone.

«È compito tuo mettere in marcia la fanteria, e di buon passo. Le mie legioni devono coprire non meno di trenta miglia al giorno, e le voglio sulla via più diretta per le Porte della Cilicia. Risalirete il Meandro e attraverserete il nord della Pisidia fino a Iconium. Da lì prendete la via carovaniera per la Cappadocia meridionale, dove imboccherete la via romana che conduce alle Porte. È una marcia di cinquecento miglia, e avete venti giorni per portarla a termine. Hai capito?» «Perfettamente, Publio Ventidio» rispose Silone.

Non era uso dei comandanti romani cavalcare. Quasi tutti preferivano andare a piedi, per molteplici ragioni. Innanzitutto, la comodità: in groppa al cavallo non c’era sostegno per il peso delle gambe, che ciondolavano penzoloni. Inoltre, la fanteria gradiva che anche il proprio comandante camminasse, ponendosi allo stesso livello dei suoi sottoposti. Ancora, era un modo di tenere la cavalleria relegata al suo posto: gli eserciti romani erano composti per la stragrande maggioranza da legionari a piedi, tenuti in maggior considerazione delle truppe a cavallo; queste ultime nel corso dei secoli erano riservate ai non romani, in particolare agli ausiliari galli, germani e palati.

Ventidio, però, era abituato a cavalcare, vista la sua precedente professione di mulattiere. Si divertiva a ricordare ai colleghi più altezzosi che il grande Silla viaggiava sempre a dorso di mulo, e che aveva costretto il divo Cesare a cavalcarne uno, quand’era ragazzo. Ora voleva tenere d’occhio la propria cavalleria, guidata da un galato di nome Aminta, in precedenza segretario del vecchio re Deiotaro. Se Ventidio aveva visto giusto, Labieno si sarebbe ritirato di fronte a una cavalleria tanto numerosa, finché non avesse trovato un luogo in cui i suoi diecimila fanti addestrati dai romani fossero in grado di sconfiggere diecimila cavalieri. Non sarebbe accaduto certo in Caria, né nell’Anatolia centrale; ci sarebbe potuto riuscire in Licia o in Pisidia meridionale, ma ritirandosi in quella direzione avrebbe reso difficoltose le comunicazioni con l’esercito partico. Il suo istinto, che sbagliava di rado, l’avrebbe spinto lungo lo stesso percorso che Ventidio aveva ordinato a Silone di percorrere: Labieno, però, ci sarebbe passato giorni prima delle legioni. Con diecimila cavalieri alle calcagna sarebbe stato costretto a procedere troppo speditamente per portarsi dietro le salmerie, cariche di bottino trasportabile solo con carri trainati da buoi.

Sarebbe finito tutto nelle mani di Silone. Ventidio non doveva far altro che mettere fretta a Labieno, ricacciandolo indietro verso l’esercito dei Parti, situato all’estremità più lontana della catena dell’Amanus che faceva da confine naturale tra la Cilicia Pedias e il nord della Siria.

C’era un solo modo per Labieno di entrare in Cilicia dalla Cappadocia, perché gli immensi e aspri monti del Tauro impedivano ogni altro accesso all’Anatolia da oriente. Le nevi di quella catena non si scioglievano mai, e i passi si trovavano oltre i tremila metri d’altezza, soprattutto nella porzione dell’anti Tauro. L’unica via erano le Porte della Cilicia. Ventidio progettava di raggiungere Quinto Labieno in quelle gole.

I giovani soldati galati erano nell’età migliore per diventare guerrieri abili e coraggiosi: non ancora così anziani da avere moglie e famiglia, né da pensare all’imminente battaglia con timore. Solo Roma era riuscita a trasformare uomini sopra i vent’anni in soldati eccellenti, ed era questo il segno della sua superiorità.

Disciplina, addestramento, professionismo, la fiducia incrollabile nel fatto che ognuno fosse parte di una grande e imbattibile macchina da guerra. Senza le sue legioni Ventidio sapeva di non poter battere Labieno: quel che doveva fare era inchiodare il rinnegato in un punto, rendergli impossibile oltrepassare le Porte della Cilicia e attendere l’arrivo delle legioni. Affidandole a Silone, gli aveva consegnato anche le sorti della battaglia.

Labieno fece come Ventidio aveva previsto. La sua rete di spie gli aveva riferito delle ingenti forze insediate a Efeso, e quando seppe il nome di chi le guidava capì di doversi ritirare dall’Anatolia occidentale in gran fretta. Aveva con sé un bottino ragguardevole, giacché aveva raggiunto regioni che erano sfuggite a Bruto e Cassio.

La Pisidia era ricca di templi dedicati a Kubaba Cibele e al suo sposo Attis. La Licaonia, piena di recinti in cui sorgevano templi eretti in onore di divinità dimenticate nel resto del mondo dall’epoca in cui Agamennone governava la Grecia.

E Iconio era una città dove gli dèi medi e armeni avevano templi a loro dedicati.

Cercò perciò disperatamente di portare con sé il convoglio di carri, inutilmente. Fu costretto ad abbandonarli cinquanta miglia a ovest di Iconio. I conducenti dei carri, troppo terrorizzati dall’avvicinarsi dell’orda romana per pensare di rubare il carico, fuggirono abbandonando un convoglio lungo due miglia, mentre i buoi assetati mugghiavano disperatamente. Ventidio si fermò giusto il tempo di liberare gli animali in modo che trovassero da sé dell’acqua, e proseguì al galoppo. Quando, tempo dopo, il bottino giunse nelle casse del Tesoro, ammontava a cinquemila talenti d’argento. Non c’erano opere d’arte inestimabili, ma grandi quantità d’oro, argento e pietre preziose. Sarebbe stato perfetto, pensò Ventidio sobbalzando in groppa al mulo, come ornamento per il suo trionfo.

Il territorio circostante le Porte della Cilicia non era adatto ai cavalli: le foreste di pini di varie specie erano troppo fitte per permettere all’erba di crescere, e i cavalli non riuscivano a mangiare gli aghi aromatici di quegli alberi. I soldati portavano con sé più foraggio che potevano, motivo per cui Ventidio non aveva serrato eccessivamente il passo. I cavalieri però erano abili, capaci di cogliere anche i più teneri germogli di felce, che a Ventidio ricordavano i litui degli àuguri per l’estremità superiore arricciata. Tra il foraggio che le truppe avevano ancora con sé e le felci, Ventidio calcolò che potessero sopravvivere altri dieci giorni. Sarebbero bastati, se Silone si fosse dimostrato così inflessibile da costringere le legioni a percorrere trenta miglia al giorno. Cesare era in grado di ottenere un passo ancor più rapido, ma nessuno era pari al suo. Ah, che marcia era stata quella da Placentia ad Agedincum, per andare in aiuto di Trebonio e degli altri. Bella gratitudine, uccidere colui che ti aveva salvato. Ventidio si raschiò la gola e sputò in direzione di un immaginario Caio Trebonio.

Labieno era arrivato a valicare il passo due giorni prima ed era riuscito ad abbattere alberi a sufficienza per accamparsi secondo l’uso romano, erigendo alte palizzate di tronchi, scavando un fossato tutt’intorno e disponendo delle torri a intervalli regolari lungo il recinto. Le sue truppe, però, pur addestrate da ufficiali romani, non erano di Roma e il progetto dell’accampamento mostrava alcune mancanze. Peccati di faciloneria, considerò Ventidio. Al suo arrivo, Labieno non tentò neppure di uscire dalle fortificazioni per dare battaglia, ma Ventidio se l’aspettava. Era la mossa più saggia, attendere l’arrivo di Pacoro e dei suoi Parti dalla Siria, ma temporeggiare troppo poteva rivelarsi rischioso. Gli esploratori di Labieno avrebbero avvistato Silone con le sue legioni, proprio come quelli di Ventidio avevano già appurato che non c’erano Parti in vista per diversi giorni di cavallo intorno alle Porte della Cilicia. Più a oriente, Ventidio non osava inviare esploratori.

Lo rassicurava il fatto che Silone non poteva essere troppo lontano, a giudicare dalla velocità con cui Labieno aveva eretto l’accampamento.

Tre giorni più tardi Silone e le sue quindici legioni discesero i fianchi del Tauro.

Avevano battuto sul tempo i rinforzi partici, ancora piuttosto lontani e costretti a risalire dalla costa a Tarso, impresa sfiancante per uomini e cavalli.

«Ecco» disse Ventidio a Silone, non appena si incontrarono. Non c’era tempo da perdere. «Costruiamo l’accampamento sopra quello di Labieno, su un terreno sopraelevato.» Si morse il labbro, e decise. «Manda il giovane Appio Pulcro con cinque legioni a nord, fino a Eusebeia Mazaca. Dieci ci basteranno per combattere in questa regione, visto che è troppo impervia per permettere imponenti spiegamenti di forze. E poi non c’è spazio per un accampamento largo diverse miglia quadrate.

Ordina a Pulcro di occupare la città e di star pronto a marciare con il minimo preavviso. Può anche farci rapporto sullo stato delle cose in Cappadocia: Antonio vuol sapere se c’è un Ariartride in grado di governare.» Non si potevano usare i cavalieri per erigere l’accampamento: non erano romani e non erano abili nei lavori manuali. Silone ora doveva costruire un insediamento che facesse da riparo ai suoi soldati, senza lasciar capire loro che vi sarebbero rimasti a lungo. Labieno era abbastanza spaventato da rinchiudersi dentro il suo recinto e guardare con occhi ansiosi il pendio frastagliato su cui Ventidio stava costruendo rapidamente il suo accampamento. A sua unica consolazione, scegliendo la posizione dominante, Ventidio gli aveva lasciato una via di scampo verso la Cilicia, in direzione di Tarso. Il generale romano ne era ben consapevole a sua volta, ma non se ne preoccupava. Al momento preferiva scacciare Labieno dall’Anatolia: un’area così impervia e piena di ostacoli non era atta a una battaglia decisiva, ma solo a uno scontro, per quanto cruento.

Quattro giorni dopo l’arrivo di Silone, un esploratore venne a riferire ai comandanti romani che i Parti avevano aggirato Tarso e stavano risalendo la strada che portava alle Porte della Cilicia.

«Quanti sono?» chiese Ventidio.

«All’incirca cinquemila, generale.» «Tutti arcieri?» L’uomo lo guardò, interdetto. «No, nessun arciere. Sono catafratti, dal primo all’ultimo, generale. Non lo sapevi?» Gli occhi azzurri di Ventidio incrociarono quelli di Silone. Erano entrambi stupiti.

«Che fregatura!» gridò Ventidio una volta uscito l’esploratore. «Non lo sapevamo, no! Tutto quel lavoro con i frombolieri, gettato al vento.» Si contenne, sforzandosi di assumere un’aria decisa. «Be’, dipenderà tutto dal terreno dello scontro. Sono certo che Labieno ci ha preso per sciocchi, perché gli abbiamo lasciato una via di fuga, ma ora mi preme di più decimare i catafratti che i suoi mercenari. Convoca una riunione con i centurioni domani all’alba, Silone.»

Il piano era dettagliato e studiato nei minimi particolari.

«Non sono riuscito a determinare se Pacoro guidi personalmente il suo esercito» disse Ventidio ai seicento centurioni radunati intorno a lui. «Ma quello che dobbiamo fare noi, ragazzi miei, è invitare i Parti a caricarci in salita, senza l’appoggio della fanteria di Labieno. Faremo così: ci disporremo sulle mura e inizieremo a gridare ai Parti gli insulti più atroci, nella loro lingua. Ho trovato un tale che mi ha scritto qualche parola e qualche frase che i nostri cinquemila soldati devono imparare a memoria. Maiali, idioti, figli di puttana, selvaggi, cani, mangiamerda, cafoni. I cinquanta centurioni con la voce più potente devono imparare a dire “Tuo padre è un puttaniere!”, “Tua madre è una succhiacazzi!” e “Pacoro è un guardiano di porci!”. I

Parti non mangiano carne di maiale, la considerano impura. Insomma, quello che vogliamo fare è farli infuriare al punto che dimentichino ogni tattica e ci carichino alla cieca. Nel frattempo Quinto Silone avrà aperto le porte dell’accampamento e abbattuto le pareti laterali per permettere a nove legioni di uscire di corsa. L’altro vostro compito, ragazzi, è di ordinare agli uomini di non avere paura di quei minchioni grandi e grossi sui loro cavalli enormi. Dovranno agire come i fanti Ubii: passare sotto la pancia dei cavalli e spezzar loro le zampe. Quando il cavallo crolla a terra, dovranno colpire il cavaliere in faccia, o negli altri punti non coperti dalla cotta di maglia. Userò lo stesso i frombolieri, ma non so se serviranno a qualcosa. Tutto qui, ragazzi. I Parti arriveranno domani di buon’ora, perciò oggi bisogna passare la giornata a imparare gli insulti in partico. Continuate a parlare. Ora rompete le righe.

Marte ed Ercole Invitto siano con noi.»

Non era solo una bella battaglia: era l’ideale, l’iniziazione perfetta per dei legionari che non avevano mai visto un catafratto prima d’allora. Quei cavalieri coperti d’armatura facevano più paura di quanto non fossero pericolosi alla prova dei fatti.

Alla sequela d’insulti risposero con una furia insensata. Risalirono la collina ricoperta di ceppi d’albero, facendo tremare il terreno e lanciando grida di guerra, mentre alcuni cavalli crollavano a terra inciampando nei ceppi che cercavano di scavalcare. I loro avversari, avvolti nella lorica e minuscoli al confronto, balzarono fuori dai boschi ai due lati dell’accampamento e s’infilarono agili in una selva di zampe, menando fendenti a destra e a manca. La carica dei Parti si trasformò in un ammasso di cavalli che lanciavano nitriti di dolore, mentre i cavalieri crollavano a terra, impotenti di fronte ai colpi che piombavano loro sul viso o li ferivano sotto le ascelle.

Un bel colpo di punta con il gladio riusciva anche a penetrare la cotta sulla pancia, anche se la lama ne risentiva.

Con suo grande piacere, Ventidio scoprì che i proiettili di piombo scagliati dai suoi frombolieri aprivano squarci nella cotta dei Parti, riuscendo anche a uccidere.

Con il sacrificio di un migliaio di fanti della retroguardia, Labieno si ritirò lungo la via romana che portava in Cilicia, lieto di essere sopravvissuto. Lo stesso non si poteva dire per i Parti, che erano stati fatti a pezzi. Di loro, un migliaio riuscì a fuggire seguendo Labieno, mentre gli altri erano tutti morti o in fin di vita sul campo di battaglia delle Porte della Cilicia.

«Che massacro» disse esultante Silone a Ventidio al termine della battaglia, sei ore dopo che era iniziata.

«Com’è andata, Silone?» «Benissimo. Qualche testa rotta, rimasta sotto gli zoccoli, un po’ di soldati schiacciati dai cavalli caduti, ma in totale direi che abbiamo perso circa duecento uomini. E quelle glandes di piombo! Non le ferma nemmeno la cotta di maglia.» Ventidio passò in rassegna il campo di battaglia con una smorfia in viso, senza lasciarsi impietosire dalle sofferenze che lo circondavano: quegli uomini avevano sfidato la potenza di Roma, scoprendo che era un gesto che si pagava con la vita.

Diversi legionari si aggiravano in mezzo ai cumuli di cadaveri e moribondi, uccidendo cavalli e uomini non più in grado di sopravvivere. Erano pochi i feriti leggeri, e vennero radunati insieme per chiedere il riscatto: i catafratti erano nobili, e le famiglie potevano permettersi di pagare per riaverli. In caso contrario, sarebbero stati venduti come schiavi.

«E di questa montagna di morti che ne facciamo?» chiese Silone, con un sospiro.

«Qui il terreno non arriva nemmeno a un metro di profondità e sarà difficile scavare buche per seppellirli. La legna dei boschi è troppo verde per farci delle pire.» «Li trasciniamo nell’accampamento di Labieno e li lasciamo lì a marcire» rispose Ventidio. «Quando ripasseremo di qua, se torneremo indietro, non saranno che ossa sbiancate. Non ci sono abitazioni per miglia e miglia, e i canali di scolo scavati da Labieno sono sufficienti a garantire che il Cidno non rimarrà infetto.» Sbuffò.

«Prima, però, cerchiamo il bottino. Voglio che il mio trionfo sia degno del nome di Publio Ventidio, e non una pallida imitazione, con quattro stracci sottratti ai Macedoni.»

Era un’allusione sarcastica a Pollione, capì Silone ridacchiando fra sé, il generale che da anni non faceva che combattere guerricciole in Macedonia.

A Tarso Ventidio scoprì che Pacoro non aveva partecipato alla battaglia: era forse questo uno dei motivi della facilità con cui avevano fatto infuriare i Parti. Labieno stava ancora fuggendo verso oriente attraverso la Cilicia Pedias, con le colonne quasi allo sbando, infarcite com’erano di catafratti senza capo e mercenari irrequieti, in grado con la propria influenza di spingere al malcontento anche i fanti più tranquilli.

«Dobbiamo restargli alle calcagna» disse Ventidio. «Stavolta però condurrai tu la cavalleria, Silone. Io mi metterò alla testa delle legioni.» «Ci ho messo troppo ad arrivare alle Porte della Cilicia?» «Edepol, no! In confidenza, Silone, sto diventando troppo vecchio per i lunghi viaggi a dorso di mulo. Ho le palle gonfìe e mi è venuta una fistola. Tu, che sei molto più giovane, te la caverai meglio. Uno come me, di quasi cinquantacinque anni, è condannato ad andare a piedi.» Alla porta comparve un servo. «Domine, Quinto Dellio è qui per vederti, e chiede di essere ricevuto.» Gli occhi azzurri incrociarono quelli verdi, scambiandosi un altro sguardo d’intesa, possibile solo tra amici di mentalità simile. Si compresero alla perfezione, senza dire una parola.

«Fallo entrare, ma non fargli preparare l’alloggio.» «Carissimo Publio Ventidio! Quinto Silone! Che piacere vedervi.» Delio si accomodò su una sedia senza attendere che gli fosse offerta e guardò con aria allusiva la caraffa del vino. «Un goccio di un liquido chiaro, limpido e fresco non mi farebbe male.» Silone gliene versò un calice, porgendoglielo mentre Dellio parlava con Ventidio.

«Se non c’è altro, torno subito ai miei affari.» «Domani all’alba, per noi due.» «Accidenti, che serietà!» rispose Dellio bevendo un sorso di vino. Fece una smorfia. «Bleh! Cos’è questo piscio, la terza pigiatura?» «Non saprei, non l’ho assaggiato» rispose brusco Ventidio. «Cosa vuoi, Dellio?

Stanotte dovrai dormire in una locanda, il palazzo è pieno. Puoi trasferirtici domani.

Noi ce ne andiamo.» Con una smorfia indignata, Dellio si raddrizzò sulla sedia e rivolse a Ventidio uno sguardo di fuoco. Da quella cena memorabile in cui aveva condiviso il triclinio con Antonio, due anni prima, si era abituato a tal punto alla deferenza altrui da aspettarsela persino da milites incalliti come Publio Ventidio. Invece, nulla! I suoi occhi da cerbiatto incrociarono quelli di Ventidio, e Dellio arrossì in volto: lo guardava con disprezzo. «Ma è il colmo!» gridò. «È inaudito! Io godo della carica di propretore e insisto perché mi si alloggi in modo adeguato. Caccia via Silone, se non c’è altra soluzione!» «Non manderei via nemmeno il più misero dei miei contubernalis per alloggiare un verme come te, Dellio. E la mia carica è proconsolare. Perciò, che vuoi?» «Reco un messaggio da parte del triumviro Marco Antonio» rispose Dellio, gelido.

«E lo devo riferire a Efeso, non in un covo di topi come Tarso.»

«Allora avresti dovuto darti una mossa» rispose Ventidio, in tono poco amichevole. «Mentre tu cincischiavi a bordo di una barca, io davo battaglia ai Parti.

Riferisci pure ad Antonio un messaggio da parte mia: digli che abbiamo sconfitto un esercito di catafratti partici alle Porte della Cilicia, e abbiamo messo in fuga Labieno.

E il tuo messaggio qual è? Qualcosa di pari importanza?» «Non è saggio avermi come nemico» sussurrò Dellio.

«Sai quanto m’importa. Qual è il tuo messaggio? Ho da fare.» «Ho ordine di ricordarti che Marco Antonio desidera ardentemente vedere Erode, re dei Giudei, insediato sul trono il prima possibile.» Sul viso di Ventidio si dipinse chiara l’incredulità. «Antonio ti ha spedito fin qua per dirmi questo? Rispondigli che sarò lieto di rimettere il culone di Erode seduto sul suo trono, ma prima devo cacciare dalla Siria Pacoro e il suo esercito, e potrebbe volerci un po’. Comunque, assicura al triumviro Marco Antonio che terrò a mente le sue istruzioni. È tutto?» Gonfio come una vipera, Dellio arricciò il labbro. «Rimpiangerai questo comportamento, Ventidio» sibilò.

«Rimpiango di vedere Roma che dà spago a leccapiedi come te, Dellio. Sai dov’è l’uscita.» Ventidio abbandonò la stanza, lasciando Dellio a rodersi di rabbia. Come osava trattarlo a quel modo, quel vecchio mulattiere! Per il momento, però, si disse posando il vino e rialzandosi, gli toccava sopportare quel vecchio rompiscatole. Aveva sconfitto un esercito di Parti e cacciato Labieno dall’Anatolia, notizie che Antonio avrebbe gradito. Ventidio gli andava a genio. La tua rivincita verrà più avanti, si disse Dellio: quando capiterà l’occasione, colpirò. Non ancora, però. No, non ancora.

Guidando i suoi cavalieri galati con coraggio e sagacia, Quinto Poppedio Silone bloccò Labieno a metà strada sul valico del monte Amanus, la regione delle cosiddette Porte della Siria, e attese l’arrivo di Ventidio con le legioni. Era un novembre mite; le piogge autunnali non erano ancora iniziate e il terreno era compatto, adatto alla battaglia. Un comandante partico aveva condotto fin lì dalla Siria duemila catafratti, per aiutare Labieno, senza successo. Anche questa volta la cavalleria pesante dei Parti era stata fatta a pezzi, ma in più anche i fanti di Labieno avevano seguito la stessa sorte.

Fermandosi solo il tempo di scrivere una lettera esultante ad Antonio, Ventidio si inoltrò in Siria, dove dei Parti non c’era traccia. Pacoro non era presente neppure alla battaglia dell’Amanus: si diceva che fosse tornato da mesi a Seleucia sul Tigri, portando con sé Ircano, re dei giudei. Labieno era fuggito, facendo vela per Cipro da Apameia.

«Non gli varrà a nulla» disse Ventidio a Silone. «Credo che Antonio abbia insediato uno dei liberti di Cesare a Cipro per governare a suo nome. Caio Giulio… Demetrio, ecco come si chiama.» Prese un pezzo di papiro. «Fagli recapitare questo immediatamente, Silone. Se è l’uomo che ritengo sia, mi si confonde la memoria ormai, quando si tratta dei liberti greci di chicchessia, farà effettuare ricerche accurate nelle isole, da Pafo a Salamina. Non gli sfuggirà nulla.»

Ciò fatto, Ventidio sparse le sue legioni in diversi accampamenti invernali e si preparò ad attendere ciò che l’anno seguente avrebbe portato. Insediato a proprio agio ad Antiochia, con Silone a Damasco, passò il tempo a sognare il proprio trionfo, la cui idea si faceva sempre più allettante. La battaglia del monte Amanus gli era fruttata duemila talenti d’argento e diverse belle opere d’arte per decorare i carri della parata. Roditi il culo, Pollione! Il mio trionfo surclasserà il tuo, e di gran lunga.

La tregua invernale non durò quanto Ventidio si attendeva. Pacoro tornò dalla Mesopotamia portando con sé tutti i catafratti che era riuscito a trovare, ma neanche un arciere a cavallo. Erode si presentò ad Antiochia portando questa notizia, a quanto sembrava ricevuta da uno dei tirapiedi di Antigono, irritato all’idea di essere sottoposto per sempre al dominio dei Parti.

«Ho intessuto ottimi rapporti con quest’uomo, un sadduceo di nome Ananiele che ambisce a diventare sommo sacerdote. Visto che non intendo ricoprire io questa carica, può andare bene lui quanto chiunque altro; perciò gliel’ho promessa in cambio di informazioni accurate sui Parti. L’ho spinto a far trapelare ai suoi contatti partici che, dopo aver occupato la Siria settentrionale, intendi tendere una trappola a Pacoro, a Niceforio sull’Eufrate, perché ti aspetti che lui lo guadi a Zeugma. Pacoro è convinto che saranno queste le tue mosse, perciò salterà del tutto Zeugma per proseguire lungo la sponda orientale verso nord, fino a Samosata. Suppongo che percorrerà la scorciatoia di Crasso, risalendo il Bilechas. Un paradosso, non trovi?» Per quanto Erode non gli riuscisse simpatico, Ventidio capiva bene che quel rospo grasso non aveva nulla da guadagnare in una menzogna: qualsiasi informazione rivelata dal re ebreo sarebbe stata vera. «Ti ringrazio, re Erode» rispose, senza provare la repulsione che gli ispirava Dellio. Erode non era un leccapiedi, nonostante la sua flemma accomodante. Era deciso a cacciare l’usurpatore Antigono e a tornare sul trono dei giudei. «Resta inteso che non appena i Parti non rappresenteranno più una minaccia, ti aiuterò a liberarti di Antigono.» «Spero che l’attesa non sia troppo lunga» rispose Erode, con un sospiro. «Le donne della mia famiglia e la mia promessa sposa sono inchiodate sul promontorio più arido del mondo. Mi giunge voce da mio fratello Giuseppe che il cibo scarseggia. Temo di non riuscire ad aiutarli.» «Del denaro ti può essere utile? Te ne posso dare abbastanza da andare fino in Egitto per acquistare provviste e mezzi di trasporto. Puoi raggiungere quel pezzo di roccia senza che ti scoprano mentre esci dall’Egitto?» Erode si raddrizzò sulla sedia, attento. «Posso passare inosservato senza problemi, Publio Ventidio. Quella roccia ha un nome, Masada, ed è situata nel cuore delle Palus Asphaltites. Una carovana di cammelli che vi si diriga via terra da Pelusium, eviterebbe Giudei, Idomenei, Nabatanei e Parti.» «Un elenco spaventoso» rispose Ventidio, sorridendo. «Allora ti suggerisco di occupartene, mentre io me la vedo con Pacoro. Animo, Erode! L’anno prossimo di questi tempi ci vedremo a Gerusalemme.» Erode riuscì ad assumere un’aria umile e diffidente, impresa non da poco. «Ah… e come… come posso chiedere questo finanziamento?»

«Rivolgiti al mio questore, re Erode. Darò ordine che ti consegni quanto chiedi… nei limiti della ragionevolezza, ovviamente.» I limpidi occhi azzurri brillarono. «I cammelli sono cari, lo so, ma io di mestiere allevavo muli. Ho una certa idea del costo di qualsiasi bestia a quattro zampe. Vedi di non imbrogliarmi e di continuare a fornire informazioni.» A Samosata, ottomila catafratti spuntarono da nord est e guadarono l’Eufrate, ancora in secca invernale. Questa volta Pacoro guidava personalmente le truppe e si diresse a occidente, verso Chalcis, seguendo la strada che portava ad Antiochia.

Attraversò terre fertili che non presentavano ostacoli, regioni che conosceva bene dopo le incursioni precedenti. C’erano acqua e pascoli in abbondanza e, fatta eccezione per un basso monte, il Gindaro, il terreno era facile e abbastanza pianeggiante. Sentendosi al sicuro, giacché sapeva che tutti i principi della zona erano dalla sua parte, si avvicinò alle pendici del Gindaro con i suoi cavalieri allargati a ventaglio per miglia alle sue spalle, intenti a pascolare mentre si avvicinavano ad Antiochia. Non sapevano che la città era caduta nuovamente in mano romana. Gli agenti di Erode avevano operato bene e Antigono, re dei giudei, che avrebbe dovuto rifornire di notizie Pacoro, era troppo impegnato a soggiogare gli ebrei che ancora consideravano il dominio romano più tollerabile del suo.

Arrivò al galoppo un esploratore per informare Pacoro che ai piedi del Gindaro era trincerato un esercito romano, in posizione vantaggiosa. Pacoro si sentì sollevato e ordinò ai catafratti di disporsi in assetto da battaglia; finché aveva ignorato dove si trovasse il nuovo esercito romano non riusciva a darsi pace.

Ripeté tutti gli errori commessi dai suoi sottoposti alle Porte della Cilicia e sul monte Amanus, accecato dal disprezzo per i miseri fanti del nemico di fronte ai suoi giganteschi guerrieri corazzati in sella a cavalli così pesantemente bardati. Il grosso dei catafratti si lanciò alla carica, in salita, e venne accolto da una pioggia di proiettili di piombo, in grado di forare le armature a una distanza proibitiva per le frecce. Rotta la formazione, con i cavalli che nitrivano di dolore per i colpi che piombavano loro in mezzo agli occhi, l’avanguardia partica iniziò a vacillare. Era il momento che i legionari attendevano, e si gettarono impavidi nella mischia, infilandosi tra i cavalli per colpirli alle zampe. I cavalieri venivano trascinati a terra e finiti con un fendente al volto. Le lunghe lance dei Parti erano inutili in un combattimento corpo a corpo, mentre molti non riuscivano neppure a sguainare le sciabole. Senza alcuna speranza di riuscire a far passare la propria retroguardia oltre quella mischia confusa e privato della possibilità di aggirare i romani per coglierli di fianco, Pacoro si ritrovò a osservare inorridito i legionari che si avvicinavano sempre di più alla sua stessa postazione, in cima a una collinetta. Combatté, insieme agli uomini della sua guardia, che si sacrificarono per difenderlo. Caduto Pacoro, i Parti superstiti gli si fecero intorno smontando da cavallo, per affrontare i provetti fanti romani. Al calare del sole gran parte degli ottomila cavalieri partici era morta: i sopravvissuti fuggivano ventre a terra verso l’Eufrate e le proprie case, portando con sé il cavallo di Pacoro come prova della sua morte.

Non era ancora morto, in effetti, alla fine della battaglia, anche se aveva riportato una ferita mortale al ventre. Un legionario gli diede il colpo di grazia, gli tolse l’armatura e la consegnò a Ventidio.

«Il terreno era ideale» scrisse Ventidio ad Antonio, che si trovava ad Atene con la moglie e il suo stuolo di figli. «Metterò l’armatura d’oro di Pacoro in bella vista durante il mio trionfo. Gli uomini mi hanno acclamato imperator sul campo per tre volte: se si renderà necessario, ho i testimoni. Non c’era motivo di limitarsi a un’azione di contenimento in questa campagna, che è sfociata naturalmente in una serie di tre battaglie. Immagino certo che la perentorietà della mia azione non venga biasimata da parte tua. Ti ha semplicemente consegnato una Siria sicura e soggiogata, in cui far marciare i tuoi eserciti, compreso il mio, che farò accampare per l’inverno intorno ad Antiochia, Damasco e Chalcis, per la grande campagna contro la Mesopotamia.

«Mi giunge all’orecchio, però, che Antioco di Commagene abbia stretto un trattato con Pacoro, affidando il suo regno al controllo dei Parti. Aveva concesso a Pacoro, inoltre, cibo e foraggio, cosa che gli aveva permesso di entrare in Siria senza dover affrontare i consueti problemi che porta con sé un’ingente cavalleria. Per questo motivo, a marzo intendo condurre sette legioni a nord di Samosata, per sentire come re Antioco giustifica il suo tradimento. Silone, con due legioni, proseguirà per Gerusalemme, per rimettere Erode sul suo trono.

«Re Erode mi è stato di grande aiuto. I suoi emissari hanno diffuso notizie fuorvianti alle orecchie delle spie partiche, permettendomi di assumere una posizione strategica, mentre i Parti ignoravano del tutto dove mi trovassi. Credo che Roma abbia trovato in lui un degno alleato. Gli ho dato cento talenti per recarsi in Egitto a fare provvista per la sua famiglia e quella di re Ircano, insediati in un rifugio di montagna pressoché inespugnabile. La mia campagna, peraltro, ha fruttato diecimila talenti d’argento di bottino, che mentre scrivo queste righe sono già in viaggio, dirette alle casse del Tesoro di Roma. Dopo il mio trionfo, quando il bottino sarà reso disponibile, ne trarrai grande profitto. La mia parte, quella ricavata dalla vendita degli schiavi, non ammonterà a granché, visto che i Parti hanno combattuto fino alla morte.

Ho catturato, però, mille uomini dell’esercito di Labieno, che sono riuscito a vendere.

«Riguardo a Quinto Labieno stesso, ho appena ricevuto da Cipro una lettera di Caio Giulio Demetrio, che mi informa di averlo catturato e giustiziato. Trovo quest’ultimo fatto deplorevole, giacché non credo che un semplice liberto greco, per quanto creato dal grande Cesare, abbia autorità sufficiente a ordinare un’esecuzione.

Com’è d’uopo, peraltro, lascio a te il giudizio ultimo.

«Resta inteso che al mio arrivo a Samosata userò la mano pesante nei confronti di Antioco, che è venuto meno al patto di alleanza e amicizia di Commagene con Roma.

Spero che questa mia lettera trovi in salute te e i tuoi.»